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fraternità dei preti: conoscersi, seminare, ascoltarsi

30-05-2026 11:48

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fraternità dei preti: conoscersi, seminare, ascoltarsi

preti insieme

La fraternità tra preti è il vincolo di comunione e amicizia spirituale che unisce i sacerdoti tra loro.

Una dimensione essenziale del ministero: un sostegno umano e spirituale contro l'isolamento e un riflesso della prima chiamata di Gesù agli Apostoli.

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Come ribadito più volte da Papa Francesco – la Chiesa vede questa comunione non come un privilegio, ma come la prima forma di evangelizzazione; un prete isolato rischia di indebolire il suo ministero, mentre una fraternità autentica diventa un dono visibile per tutta la comunità.

 

Papa Leone suggerisce ai sacerdoti di tenere presenti le “quattro vicinanze” di cui parlava Papa Francesco: 

con Dio

con il vescovo

tra i presbiteri 

con il Popolo

 

È necessario imparare a vivere come fratelli tra sacerdoti, così come nelle Comunità Religiose e con i propri Vescovi e Superiori; bisogna lavorare molto su sé stessi per vincere l’individualismo e la smania di superare gli altri, che ci fa diventare concorrenti, per imparare a costruire gradualmente relazioni umane e spirituali buone e fraterne. In linea di principio, penso, sono tutti d’accordo su questo, ma nella realtà c’è ancora tanta strada da fare.

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La vita del presbitero, fatta di relazioni molteplici, riceve impulso e vigore da una fraternità del tutto “nuova” che deve realizzarsi anzitutto nella sua vita concreta di relazione con gli altri presbiteri. 

Davanti alle sfide della nuova evangelizzazione, l’immagine evangelica ed apostolica di un presbiterio capace di vivere intensamente la propria fraternità può essere un segno di aiuto, se non di profezia, per le donne e gli uomini di questo nostro tempo, stretto nella morsa di tante divisioni e conflitti.

 

La ricchezza della diversità
Papa Francesco, nella recente lettera ai parroci scrive: «Vorrei raccomandarvi di porre alla base di tutto la condivisione e la fraternità fra voi e con i vostri Vescovi (…) 

Non possiamo essere autentici padri se non siamo anzitutto figli e fratelli. 

E non siamo in grado di suscitare comunione e partecipazione nelle comunità a noi affidate se prima di tutto non le viviamo tra noi».

 

Si può dire, però, che la fraternità fra preti viene riconosciuta da tutti come un valore insostituibile e prezioso. 

L’amicizia, la condivisione pastorale, l’aiuto nelle scelte o nei momenti difficili, l’argine alla solitudine.

 

Una realtà … umanissima
Eppure c’è un aspetto da cui la sensibilità attuale non può prescindere: la dimensione esistenziale della fraternità presbiterale.

È una fraternità presbiterale il cui stile non può prescindere da due atteggiamenti essenziali: la stima e la franchezza.

 

C’è bisogno di stima reciproca; è uno dei desideri che torna con maggiore insistenza negli incontri tra i preti. 

San Paolo propone nella lettera ai Romani: «Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10). 

L’insistenza su questo aspetto da una parte segnala la necessità di imparare a stimarsi, dall’altra rivela che spesso siamo dei presbitèri feriti proprio in questo ambito. Se non ci si aiuta a stimarsi a vicenda, non si può costruire fraternità.

 

Un secondo atteggiamento imprescindibile è quella della franchezza (la “parresia” paolina). È il coraggio di parlarsi liberamente e sinceramente, non con quello stile un po’ arrogante che usano gli adolescenti quando dicono: “certo che glielo dico in faccia!”. 

Non possiamo dimenticare che siamo perennemente discepoli quando si tratta di imparare l’arte delle relazioni personali

 

Un’arte che è fatta di una comunicazione sincera; che si basa sulla capacità di esprimere sentimenti ed emozioni, oltre che le proprie ragioni; che si fonda su uno sforzo costante per essere costruttori di rapporti vissuti in maniera onesta, positiva e non disfunzionale.

 

La fraternità presbiterale si colloca sempre ad un livello umanissimo del proprio vissuto, in cui servono la delicatezza e la cura delle attenzioni più semplici, ma proprio per questo più necessarie e più vere. 

Gesti buoni di umanità, in cui anche le differenze non sono guardate come stravaganze, ma vengono viste con uno sguardo accogliente perché fraterno.

 

È tutta questione di stile
Nei limiti del possibile, è bello poter coltivare una conoscenza personale e diretta dell’altro, da cui deriva la disponibilità e il desiderio di farsi carico di quel fratello, nel modo in cui il proprio ministero lo consente. 

La fraternità non è un tema, ma una metodologia, che vale in qualunque situazione e di fronte a qualsiasi argomento. 

 

La fraternità non si impone né si improvvisa, perché spesso nel cammino di una comunità presbiterale ci sono intenzioni buone ma anche ferite e sofferenze che vanno curate e sanate. 

Per questo è necessario mettere in campo anche persone e strutture, metodi e forme che favoriscono il crescere della fraternità, sia a livello umano personale che a livello pastorale. Senza mai dimenticare che la “fraternità” non è un punto di partenza, ma è semmai una meta, un punto di arrivo da cui rilanciare il cammino.

 

È la via della semplicità dell’essere, che significa “povertà di mente” perché c’è sempre molto da imparare dagli altri e “povertà di cuore” per creare quello spazio di calma interiore dove accogliere chi vuole riposarsi un po’, senza che abbia a ferirsi negli spazi troppo angusti e ristretti del cuore.

 

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